Si stava meglio quando si stava peggio…

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Leggo oggi sul giornale locale LE FERIE BUGIARDE DEI NUOVI POVERI: FINESTRE CHIUSE E SI FINGE DI PARTIRE. Ricordo quando ero bambina, le stesse insinuazioni tra vicini di casa.

Era la prima metà degli anni Settanta e per chi se la ricorda, c’era l’Austherity. Per la precisione il 1973-74, di domenica non si poteva circolare con l’auto, oppure dopo solo a targhe alterne. Le famiglie che avevano due auto con targa pari e dispari erano fortunate, altrimenti ci si muoveva a piedi o con i mezzi. I cinema chiudevano prima e solo se avevi una reale emergenza o eri un medico, potevi violare il divieto. Tutto era iniziato a ridosso del Natale, senza tante luci per favorire il risparmio energetico.

Addirittura era stato anticipato dalle 8.30 alle 8 il tg della Rai, per spegnere prima la tv.

Il mio ricordo di quel periodo è legato anche ad un libretto umoristico di Fremura, che staziona nella libreria a casa dei miei genitori, la copertina è azzurra, e si intitola “Pelle e Ossola”, per chi non se lo ricorda, Ossola era l’allora ministro per il commercio estero. L’Italia è raffigurata nelle vignette come una donna un po’ sciatta e stagionata, rigorosamente con la corona in testa, anche quando è vestita di stracci, alle prese con la frugalità imposta dalla crisi petrolifera. Un’Italia, che doveva fare i conti con tante rinunce, ma come sempre se la cavava grazie all’arte di arrangiarsi. Che veniva derisa dal resto d’Europa, e trattata alla stregua di Cenerentola.

Forse perché ero bambina ed ho già quell’età in cui si diventa nostalgici. Forse perché oggi possiamo solo rimpiangere quei giorni lontani, o perché comunque per molti di noi, non serviva il rincaro del greggio, era già Austherity tutti i giorni. Il problema energetico aveva puramente un risvolto economico, e non i toni apocalittici che ha ora la salvezza del pianeta. Ma non era un gran sacrificio da bambini spegnere la tv. Era sempre più bello stare in strada a giocare con la banda e fare le gare in bici.

In frigorifero c’era solo l’indispensabile ed il gelato si comprava da Leo, che passava con il carrettino strombazzando, c’erano solo panna cioccolato e pistacchio, i coni da mangiare e non le coppette di carta da gettare.

Non avevamo niente, e ci sembrava di avere tutto. Ora abbiamo tutto, e non ci basta mai.

Eh.. lo so, c’è una bella dose di presunzione a pensare che vi possa interessare quello che scrivo qui. La mia è una vita normale: faccio un lavoro che amo, e infatti conto di ritirarmi tra sette anni esatti a coltivare pomodori e leggere in riva al mare. Vivo in una casa delle bambole (cioè minuscola) con il mio bimbo di 8 anni, noto ai più con tanti soprannomi di cui il più gettonato è PDC, traduzione dal napoletano di piezz’e core, letteralmente Pezzo di Cuore, un piccolo rugbista che mi placca mentre faccio il risotto, non ha più un dente davanti, e non si capacita che ci sia la scuola dell’obbligo.

Il mio tesoro più grande è l’amicizia: la mia ciccina bionda che mi conosce meglio di me stessa, i giri di birre dopo un allenamento di touch, la mia metà (la mia sorella gemella, forse un mio terzo, i due terzi li faccio io) e anche una bella sigaretta sul balcone, alla sera, quando finisce un’altra giornata e finalmente nella casa delle bambole tutto tace.

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