L’amore ai tempi del caos

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Ogni tanto cerco di ricordare come si faceva una volta noi ragazzi.

Quando non avevamo il cellulare, facebook e la chat.

Ci si scambiava il numero di telefono e si aspettava la chiamata, che comunque non aveva alcuna connotazione di intimità.

Non so a casa vostra, ma in quella dei miei genitori il telefono (ovviamente fisso ed a disco – chi ce l’aveva il cordless?) stazionava strategicamente in mezzo all’ingresso, quelle stanze inutili di una volta, che però avevano la caratteristica di rendere udibili le tue telefonate da ogni parte della casa.

Poi ci si incontrava e ci si conosceva e ci si parlava. E si faceva economia di parole, che forse per questo erano più preziose.

Adesso, sembra tutto più facile, invece è più difficile.

Non si riesce più a dirsi le cose guardandosi negli occhi e magari prima ancora di conoscersi davvero, ci si forma un’idea dell’altro, per le foto che pubblica, per quello che scrive sulla sua bacheca e poi si cerca in qualche modo di far aderire l’immagine reale a quella ideale.

Magari ci si incontra e si gira intorno ad ogni argomento veramente importante, per poi dirsi quello che si prova davvero dopo, ai due estremi di un cellulare, con un sms o una mail, protetti dalla distanza.

Pensando di comunicare di più, ci si parla invece tanto senza dirsi davvero nulla.

Si litiga via mail, ma è un dialogo tra sordi, ovviamente. Ognuno espone la propria tesi, senza contradditorio, senza interruzioni, che sono invece provvidenziali, perché spesso ti bloccano proprio prima di dire una fesseria o una cattiveria di cui poi inevitabilmente pentirsi.

Si diventa più audaci senza però esserlo davvero, infondo davanti ad un monitor non si arrossisce.

Io invece voglio di nuovo essere presa per mano. Voglio incespicare per l’impazienza e la paura di dire ti amo. Voglio fidarmi della pelle, che non sbaglia mai.

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