La Solitudine Dei Numeri Primi: il libro, il film

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Non vi svelerò nulla che già non possiate trovare nel risvolto di copertina dell’omonimo libro da cui è tratto il film.

Stranamente il film mi è piaciuto, evento raro quando ho letto anche il libro e soprattutto se il libro mi è piaciuto molto. Non solo per la buona regia ma anche perché quando pensavo ad Alice adulta la immaginavo come l’attrice che poi Costanzo ha scelto.

Mi ha colpito molto che quando il film finisce, partono i titoli di coda in silenzio, senza musica, come invece avviene di solito. Era palpabile l’imbarazzo del pubblico al cinema, incerto se andarsene o no, e questo ci da la misura di quanto ci siamo abituati al rumore come sottofondo – per cui un silenzio inatteso ci cala in una prospettiva che fatichiamo a gestire.

Nel caso del film il silenzio arriva dopo una storia a tratti difficile da capire, in cui non tutti possono immedesimarsi, come a sottolineare l’unicità dei personaggi, i numeri primi appunto. Ho anche percepito quasi del sollievo in sala, quando il film è finito, probabilmente non si tratta di un film semplice e per tutti, abituati come siamo alla ricerca di leggerezza e di emozioni da consumare rapidamente e non da digerire lentamente.

Alice e Mattia sono accomunati dai rispettivi “danni”. Leggendo il libro prima e guardando il film poi, ho trovato subito delle similitudini con il romanzo di Josephine Hart, anche se le trame sono diverse. Come i personaggi de “Il Danno” anche i numeri primi sanno che se sei danneggiato, poi puoi sopravvivere a tutto, e questa autonomia ti consente un distacco da tutti i bisogni umani, che i non danneggiati faticano a comprendere.

Alice e Mattia non sono stati protetti nella loro infanzia proprio da chi invece doveva prendersi cura di loro. In forme diverse ma simili, sono stati messi di fronte a qualcosa di più grande di loro, senza ricevere però in dotazione i mezzi per difendersi. Per questo motivo, come se fosse una legittima difesa appunto, sviluppano la capacità di non aver bisogno di nessuno, nemmeno l’uno dell’altro e fino alla fine proseguono come due linee parallele, che si guardano sempre, ma davvero, non si incontrano mai.

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Scritto da Barbara per NaturaDonna, settembre 2011


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