Centro di gravità permanente

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Capitano anche a voi quelle giornate in cui mi sembra che vada tutto storto, che tutti ce l’abbiano con me, che i jeans non entrano perché assomiglio ad un otre, il lavoro non gira, la casa è un disastro, la polvere si ammucchia, il frigorifero sembra troppo vuoto o troppo pieno?

A me capitano più spesso di quanto vorrei e solo da quando ho capito che decomprimere dallo stress è una necessità fisica (come fare la pipì) e non un’opzione da valutare, ho iniziato ad intravedere una parvenza di soluzione.

Occorre smettere di opporre resistenza. Bisogna lasciarsi andare, sentirsi miserabili fino in fondo, concedersi un po’ di indulgenza ed imprecare contro il nostro metabolismo che ci fa ingrassare senza mangiare, contro il lavoro in cui nessuno ci capisce, contro il microclima di casa che ci popola i pavimenti di tigri (altroché gatti della polvere) contro le scadenze scritte al contrario e contro il destino infausto.

Spesso sappiamo che i piccoli contrattempi quotidiani altro non sono che i nostri personali Monsieur Malaussène. Capri espiatori di ansie più grandi, che hanno a che vedere con i pensieri esistenziali che di solito ci tengono sveglie.

Che futuro avranno i nostri figli? E’ troppo tardi ormai per realizzare davvero “nel bene e nel male finché morte non ci separi”? Ok – non andremo mai in pensione – ma di che vivremo a 70 anni, quando di certo non saremo ancora in riunione coi bicchieri del Kukident davanti, anziché l’acqua ed il caffé che ci accompagnano ora?

Poi, di solito, io arrivo in fondo al nero più cupo, ed improvvisamente – come se mi fossi lavata via i pensieri di dosso – divento iperattiva e tutto si fa chiaro.

Così, dando simbolicamente sfogo alla necessità di pulizia mentale, riesco a liberarmi in un minuto di incombenze che prima pesavano come macigni.

Il frigorifero si svuota dei barattoli inutili che languivano da un po’. L’armadio torna in ordine. Infondo anche con la nostra pancetta, c’è chi ci trova sexy (incredibilmente anche chi solo per quello!). Se la crisi ci lascia a piedi, sarà la volta buona che apriremo un’osteria, scriveremo il libro che sosta nel cassetto, torneremo alle origini di figlie di emigranti e ci ingegneremo come capita.

Così – ogni tanto – per non spezzarci, impariamo a piegarci.

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